Viviamo in
un'epoca di profonda ipnosi collettiva. Una penombra artificiale si è estesa
sulle coscienze, alimentata dai media, dai tormentoni del consumo e dalle
liturgie di una Fortezza Arrogante che ci vuole obbedienti, distratti e,
soprattutto, isolati. Ci muoviamo convulsamente all'interno dell'Arena,
quel teatro di conflitti geopolitici ed economici dove i falsi dèi
istituzionali decidono le sorti del mondo, mentre l'essere umano smarrisce la
propria sovranità interiore.
Se vogliamo
davvero comprendere le radici della nostra oppressione, dobbiamo avere il
coraggio di spezzare i due più grandi sigilli dell'inganno contemporaneo: il
dogma sociale del confine e lo stupro ecologico della nostra unica cattedrale
autentica, Madre Natura.
1. La menzogna
della geometria sociale: "La mia libertà finisce dove inizia la tua"
Ci hanno
educati fin dall'infanzia con una formula geometrica, spacciata per massimo
principio di civiltà: "La mia libertà finisce dove inizia la tua". Ci
insegnano a considerarlo un principio di rispetto, ma la realtà è ben più
cinica. Questa frase è uno sbarramento, un recinto psicologico inventato dal
potere per normare la diffidenza.
Se la libertà
ha un confine, se si arresta di fronte all'altro, allora non è libertà: è una
cella di isolamento. Questa logica trasforma il nostro prossimo in un
potenziale ostacolo, in un limite ai nostri desideri, anziché nel complice
naturale della nostra realizzazione. È così che nasce l'uomo contemporaneo:
un'anima frustrata, repressa, che vive nel costante timore del proprio simile.
La Natura non
conosce queste geometrie di sbarramento. Guardiamo il Tempio della Foresta: gli
alberi non dimezzano la propria esistenza quando si toccano. Le loro radici si
intrecciano sotto terra, le loro fronde si uniscono in alto, moltiplicando la
forza dell'intero ecosistema. La crescita dell'uno sostiene e protegge quella
dell'altro. Solo abbattendo la cultura del recinto potremo smettere di essere
anime represse e riscoprire la libertà condivisa.
2. La
violazione del ventre della Terra: Il profitto contro l'energia pulita
La stessa
identica arroganza che l'uomo applica nei rapporti sociali, la riversa con
violenza cieca sul pianeta. Madre Natura, nella sua infinita e millenaria
saggezza, ha confinato e sepolto nel profondo del suo ventre i veleni
primordiali — il petrolio, il gas, il carbone — per proteggere le creature
viventi in superficie. Al contempo, ci ha fatto dono di un'energia pulita,
inesauribile e vitale: l'energia geotermica, il calore puro che pulsa sotto i
nostri piedi. Il recente e devastante terremoto in Venezuela ci mostra
la drammatica realtà di questa violazione. Non sono semplici
fatalità geologiche: è Madre Natura che si ribella, che scuote il proprio corpo
per lanciare un grido di dolore distruttivo contro l'arroganza dell'uomo. Ogni
faglia che si apre, ogni terra che trema, è la risposta immanente a una ferita
che le abbiamo inferto. L'incuria energetica dell'uomo non è solo un disastro
ecologico. Abbiamo trivellato, scavato, profanato le viscere della Terra per
estrarre ciò che doveva restare sepolto, generando patologie e squilibri
irreversibili. Non contenti, ci siamo spinti fino al patto autodistruttivo
delle centrali nucleari.
Ma l'umanità
dell'Arena, accecata dal profitto immediato e dal controllo geopolitico, ha
scelto di violare quei sigilli sacri. Abbiamo trivellato, scavato, profanato le
viscere della Terra per estrarre ciò che doveva restare sepolto, generando
patologie, catastrofi climatiche e squilibri irreversibili. Non contenti, ci
siamo spinti fino al patto autodistruttivo delle centrali nucleari, sfidando
forze che non sappiamo governare.
L'incuria
energetica dell'uomo non è solo un disastro ecologico; è un suicidio
spirituale. Abbiamo scambiato il calore pulito del Tempio con il fuoco tossico
del profitto.
Verso il Tempio
o nell'Arena?
Questi due
binari — la repressione della libertà e lo stupro della Terra — corrono
paralleli verso lo stesso precipizio nichilista. Non possiamo più permetterci
di restare alla finestra ad aspettare. La vera liberazione non sarà mai un atto
collettivo guidato dall'alto; è un sussurro della strada, un atto solitario di
risveglio.
È attorno a
queste urgenti elucubrazioni che prendono corpo la mia intera produzione
letteraria, dal Trittico della Marginalità (con La libertà
repressa e Il richiamo di Madre Natura) fino all'ultimo saggio,
ormai prossimo all'uscita fisica e alla presentazione nelle librerie di Milano:
Il Tempio e l'Arena.
Mentre i torchi
della logistica completano il loro lavoro, il pensiero è già in cammino.
Smettetela di calcolare i confini della vostra prigione. Iniziate ad abitare il
silenzio del vostro Tempio.
Onì
d'André