Esiste un filo
invisibile ma robusto che lega i diversi linguaggi della televisione
contemporanea. Che si tratti dell'urlo sguaiato di una piazza televisiva o del
tono felpato, patinato e solenne di un'inchiesta da prima serata, il meccanismo
di fondo non cambia: la trasformazione della cronaca in un tribunale
mediatico.
Assistiamo ogni
settimana a uno spettacolo inquietante. La complessa realtà umana, con le sue
sfumature e le sue fragilità, viene schiacciata per servire la narrazione della
puntata. L'obiettivo primario non è più la ricerca scrupolosa della verità, ma
l'impatto emotivo, la condanna preventiva, l'audience. La persona al centro
dell'attenzione smette di essere un individuo dotato di dignità e presunzione
d'innocenza: diventa carne da macello, un gladiatore gettato nell'Arena per
saziare la fame di sdegno del pubblico da casa.
Si confonde
deliberatamente il diritto di informare con la bramosia di giudicare. Ma qual è
la vera radice di questa deriva? E, soprattutto, esiste una via d'uscita?
La patologia
del giudizio altrui
Il giudizio
sommano è la scorciatoia più facile per l'animo umano. È estremamente
confortevole puntare il dito contro il "mostro" o il
"corrotto" di turno sullo schermo: ci fa sentire istantaneamente
migliori, assolti dai nostri stessi errori, moralmente superiori. I media
conoscono benissimo questa debolezza e la monetizzano con lo share.
Tuttavia, un
giudizio scagliato verso l'esterno senza alcuna profondità interiore è solo
rumore. È una proiezione delle nostre paure e delle nostre frustrazioni
represse. Quando ci erigiamo a giudici della vita altrui senza avere la minima
consapevolezza di chi siamo noi stessi, stiamo semplicemente partecipando alla
recita della Fortezza Arrogante.
La soluzione:
"Conosci te stesso" prima di scagliare la pietra
La vera
risposta a questa barbarie mediatica non è una nuova legge o un cavillo
burocratico. È un atto di responsabilità individuale, un pilastro
millenario che la società dello spettacolo ha del tutto dimenticato: l'impossibilità
etica di giudicare gli altri se prima non si è compiuto il lavoro di conoscere
se stessi.
Finché l'uomo
non scende nelle profondità del proprio essere, finché non esplora le proprie
ombre, le proprie ipocrisie e le proprie debolezze, ogni suo giudizio sul
prossimo sarà viziato, cieco e violento.
Chi ha davvero
frequentato il proprio silenzio — chi abita il proprio Tempio interiore
— sviluppa una naturale pudicizia di fronte alle colpe altrui. Non perché
giustifichi l'errore o il reato, ma perché comprende la complessità della
natura umana e sa che la giustizia richiede rigore, rispetto e distacco, non il
patibolo mediatico a favore di camera.
Dallo schermo
al silenzio
Spegne lo
schermo chi vuole smettere di essere complice di questo carnevale della gogna.
La prossima
volta che la televisione vi inviterà a sdegnarvi a comando, a condannare prima
di un verdetto o a godere della rovina di un vostro simile, fermatevi. Ritirate
la mano che punta il dito. Riportate lo sguardo all'interno. Soltanto
riconquistando la sovranità sul nostro mondo interiore potremo togliere il
carburante a questa spietata macchina dell'Arena e restituire alla
comunicazione il suo valore più alto: il rispetto per la dignità dell'essere
umano.
— Onì d'André