Trasferimento Liguria Come divento Onì d'André

Il Peso delle Parole, il Respiro del Mare

Capitolo 1: La Reggia di Mattoni e Silenzio

Milano, fine anni '90. La zona Isola era un cantiere a cielo aperto, proprio come la mia vita. Ricordo ancora l'odore acre della polvere di gesso e il rumore dei martelli pneumatici che rimbombavano nel salone: stavamo abbattendo pareti per creare uno spazio che, sulla carta, doveva essere la nostra felicità. Gestivo quel cantiere con la precisione di un generale, tra tubature da spostare e pavimenti da livellare. Quando l'ultimo operaio se ne andò, la "reggia" era pronta: cinquantacinque metri quadrati di salone, tre camere da letto, doppi bagni. Una dimora imponente che sembrava dire al mondo: "Ce l'abbiamo fatta".

Ma il trasloco fu un rito pesante. Scatoloni carichi di una vita intera venivano trascinati in quella casa che, paradossalmente, si riempiva di mobili ma si svuotava di calore. Mia moglie, pilastro d'acciaio nella Segreteria Fidi, era ormai schiacciata tra il dovere professionale e un dolore privato che non dava tregua. La perdita di sua madre l'aveva lasciata sola al timone di una famiglia d'origine allo sbando, e quella depressione divenne un muro invisibile tra noi. Vivevamo in un castello, sì, ma ognuno nella sua torre. Io "sodomizzavo" internamente il mio senso di inutilità professionale in una multinazionale che mi ignorava, mentre intorno a noi Milano era una cappa di smog e doveri che non lasciava scampo.

Capitolo 2: L'Eco di Alassio e la Scintilla

Il nostro unico polmone erano state, per anni, le estati ad Alassio. Ricordo i bambini che crescevano tra i granelli di sabbia fine e l'acqua limpida, il rito del gelato sul muretto, le risate che per un istante coprivano le ombre di casa. Alassio era la promessa di un'altra vita possibile. Fu proprio lì, tra un'estate e l'altra, che la crisi esplose dentro di me. Non potevo più essere solo il gestore di un cantiere o un analista insoddisfatto.

"Vado io. Comincio a costruire un futuro in Liguria", dissi. Fu un salto nel vuoto, un atto di separazione che aveva il sapore della sopravvivenza. Lasciai la reggia di Milano, i suoi spazi vasti e le sue tensioni soffocanti, per un piccolo appartamento a Vallecrosia.

Capitolo 3: La Rinascita tra i Cigni di Vallecrosia

Il cambio di clima non fu solo meteorologico, fu dell'anima. Appena varcai il confine della Liguria di Ponente, la cappa grigia di Milano svanì nello specchietto retrovisore. Al suo posto, un'aria mite e salmastra che sembrava sciogliere il nodo che avevo nel petto. Vallecrosia mi accolse con una luce diversa, più dolce.

Mi ritrovai a camminare lungo la foce del ruscello che segna il confine tra Vallecrosia e Camporosso. Lì, dove l'acqua dolce incontra quella del mare, rimasi incantato a guardare i cigni. Scivolavano eleganti sulla superficie, incuranti dei confini e del caos del mondo. C'era una pace antica in quel ruscello, un ritmo lento che non conoscevo più. Vivevo in una casa piccola, certo, ma fuori avevo l'infinito.

I primi tempi furono duri. Tentai la via della rappresentanza, ma ero un pesce fuor d'acqua. Poi, l'intuizione. Guardando quella terra così riservata eppure così bisognosa di esprimersi, rispolverai il mio passato d'attore teatrale. Presi quel computer che era stato il mio "premio di consolazione" dalla multinazionale e iniziai a tracciare le linee di qualcosa di nuovo. Non avrei più analizzato flussi aziendali, avrei analizzato l'anima umana attraverso la voce. Nacque così l'Accademia della Comunicazione Verbale. In quel lembo di terra tra i cigni e il mare, smisi di tacere. Incominciai a insegnare agli altri che ogni parola ha un peso, e che per parlare bene, bisogna prima imparare a respirare l'aria buona.

Capitolo 4: Il Tuono e l'Idea

Nonostante il trasferimento a Vallecrosia, il richiamo delle assi del palcoscenico era ancora forte. Fui ingaggiato da un comico teatrale per una compagnia di giro che avrebbe portato "Il Ciclope" di Euripide nelle scuole di tutta Italia. Ero nel coro, una voce tra le voci, scelto da quello stesso regista che anni prima mi aveva visto debuttare tra le solenni colonne del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano con "I Fioretti di San Francesco".

Le prove non erano retribuite, si facevano per passione, per quel fuoco che brucia dentro chi ama il teatro. Ma fu proprio durante una di quelle serate che accadde l'imprevisto che cambiò la mia visione del mondo.

Eravamo tutti riuniti intorno a un tavolo, dieci persone pronte per la lettura del testo. Erano le venti e trenta. Mancava un elemento del coro. Regnava un silenzio d'attesa, carico di una tensione sottile. Alle venti e trentadue, la porta si aprì. Un uomo apparve sulla soglia, trafelato, con le scuse già pronte sulle labbra mentre cercava una sedia. Non fece in tempo a sedersi.

Un tuono spaventoso squarciò l'aria, una violenza sonora che sembrava far tremare le pareti: "STROOOONZZO! È questa l'ora di arrivare? Dieci persone che attendono uno STRROONZZO come te per iniziare!"

Rimanemmo gelati. Quelle parole, scagliate con una ferocia sproporzionata per due minuti di ritardo, non erano solo un rimprovero: erano un'umiliazione pubblica, una gratuita aggressione alla dignità. Io, che avevo passato anni a "sodomizzare internamente" i miei sentimenti per non ferire o per non essere ferito, rimasi scioccato. Guardai quell'uomo umiliato e pensai alla potenza devastante della voce umana.

In quel preciso istante, l'idea dell'Accademia smise di essere un progetto su carta e divenne un'urgenza. Capii che la gente non aveva bisogno solo di imparare a recitare Euripide; la gente aveva bisogno di imparare a comunicare senza distruggere. Aveva bisogno di capire che tra il silenzio soffocante di Milano e l'urlo brutale di quella sera esisteva una terza via: la parola consapevole, ferma, ma rispettosa.

Mentre i cigni di Vallecrosia scivolavano sull'acqua in un'eleganza silenziosa, io decisi che avrei insegnato agli uomini come non essere "il Ciclope" della propria vita, ma i padroni di un linguaggio che costruisce ponti invece di abbattere persone.

Capitolo 5: L'Architetto della Voce

Quell'urlo risuonava ancora nelle mie orecchie come un'offesa personale. Mi ero immedesimato in quel collega a tal punto da desiderare che il pavimento si aprisse per inghiottirmi, sottraendomi a quella vergogna pubblica. Fu in quel preciso istante di dolore empatico che compresi: la parola può essere un bisturi che cura o una clava che uccide. E io volevo insegnare a curare.

Tornai a Vallecrosia con una determinazione nuova. Ripresi in mano il mio vecchio libro di dizione, ma non lo sfogliai con la leggerezza dell'attore: lo studiai con il rigore dell'analista. Dovevo decodificare il meccanismo. Andai a Sanremo, a confrontarmi con un insegnante delle medie; avevo bisogno di capire se il mio ragionamento — che la comunicazione fosse una competenza vitale prima ancora che artistica — avesse una validità pedagogica. Il riscontro fu positivo: c'era un vuoto da colmare.

Allora mi misi al lavoro. Trasformai il mio sapere in metodo. Realizzai delle slide su schede plastificate, quasi fossero i blueprint di un ingegnere: diagrammi dell'apparato fonatorio, analisi del timbro, modulazione del tono. Progettai esercizi fisici, quasi ginnici, per il diaframma, tecniche per sciogliere la lingua e potenziare ogni singolo muscolo facciale. La voce non era più un dono del cielo, ma uno strumento da accordare con disciplina.

Cercavo un luogo dove piantare questo seme e lo trovai nella parrocchia di San Rocco a Vallecrosia. Il "Don" mi ascoltò e i suoi occhi si illuminarono. Non vide solo un corso di teatro, vide uno strumento di elevazione umana. Mi guidò nei meandri della burocrazia, consigliandomi di dare una veste etica al mio sogno: una Associazione senza scopo di lucro.

Gennaio 2003. Il freddo della Riviera era secco e pulito. Nello studio di un notaio a Bordighera, firmai le carte che rendevano ufficiale l'Accademia della Comunicazione Verbale. Non ero più un uomo in fuga da Milano; ero il fondatore di una realtà che portava il mio nome, impresso sulla carta intestata. con la dicitura "Presidente".

Quel "sodomizzare internamente" era finalmente finito. Avevo trasformato il mio silenzio in uno statuto, e la mia solitudine in una cattedra.

Capitolo 6: L'Ombra del Gigante

Il 24 gennaio 2003 doveva essere il mio giorno. Avevo preparato tutto nei minimi dettagli: il Teatro Don Bosco di Vallecrosia era pronto, le cartelle stampa erano allineate, le autorità locali sedute in prima fila. Avevo curato il mio discorso come si cura un'opera prima, distillando anni di consulenze milanesi e passione teatrale in quel manifesto che annunciava l'inizio dell'Accademia della Comunicazione Verbale.

Eppure, mentre salivo sul palco, nell'aria c'era qualcosa di strano. I giornalisti presenti sembravano distratti, alcuni armeggiavano con i primi telefoni cellulari, parlottavano tra loro con espressioni incredule. Non sapevo ancora che, proprio in quelle ore, a Torino si era spento il Senatore Giovanni Agnelli.

L'Italia intera si era improvvisamente fermata. Il "Re senza corona" era morto, e con lui sembrava svanire l'attenzione per qualsiasi altra notizia nel Paese.

Lessi il mio comunicato con tutta la forza che avevo in corpo:

"L'Accademia vuole riunire le sparse energie... promuovere la fiducia nelle proprie capacità..." Parlavo di creatività, di uso consapevole della lingua, di una nuova opportunità per il territorio. Ma era come se le mie parole dovessero lottare contro un muro di gomma. La "faticosa conferenza stampa", costruita con mesi di sacrifici e notti insonni, stava venendo letteralmente fagocitata dalla storia nazionale.

Il giorno dopo, aprii i giornali con il cuore in gola. Cercavo il nome di Davide Oscar Andreoni, cercavo l'Accademia. Ma le pagine erano un unico mare di inchiostro nero dedicato all'Avvocato. Della mia presentazione, del mio sogno ufficializzato davanti a un notaio, non c'era quasi traccia. Il destino mi aveva giocato un tiro mancino: proprio io, che volevo insegnare a comunicare, mi ritrovavo sovrastato dal silenzio mediatico causato dal più grande comunicatore del secolo scorso.

Fu un colpo durissimo. Mi ritrovai solo, a Vallecrosia, con le mie schede plastificate e i miei diagrammi dell'apparato fonatorio, a chiedermi se quel silenzio non fosse un segno. Ma poi ripensai ai cigni che continuavano a scivolare sul ruscello tra Vallecrosia e Camporosso: loro non leggevano i giornali. Loro continuavano a esistere con eleganza, nonostante i giganti che cadevano.

Mi rimboccai le maniche. Se la stampa mi aveva ignorato, avrei conquistato la gente uno per uno, parola dopo parola.

Capitolo 7: Tradimenti e Nuove Alleanze

Se la morte di Agnelli era stata una fatalità imponderabile, il colpo basso arrivò da chi sedeva alla mia stessa tavola. Dopo la conferenza, l'adrenalina era ancora alta. Eravamo a cena: io, mia moglie — che nonostante la distanza e la crisi restava il mio consigliere nello statuto — e quel socio che avrebbe dovuto essere il ponte verso il mondo. Un caro amico comune ci aveva presentato un giornalista de Il Secolo XIX; la promessa era chiara: un resoconto della serata e avremmo avuto il nostro spazio.

Ma quella sera, mentre brindavamo a un futuro che sembrava a portata di mano, lo "stronzo" (non trovo parola migliore per definirlo) decise di non inviare nulla. Il resoconto rimase nel cassetto della sua inerzia o della sua invidia. Il silenzio del giornale l'indomani non fu colpa della cronaca nazionale, ma di un tradimento personale.

Tuttavia, il destino toglie e il destino dà. In quella stessa conferenza stampa, tra le poltrone del Don Bosco, c'era un uomo che osservava con occhio diverso: un dirigente della CNA di Sanremo. Mentre gli altri guardavano all'evento mondano, lui intravide il valore pratico del mio metodo. Nacque un "feeling" immediato, una sintonia tra uomini che sanno cosa significa "costruire".

Non avevo i grandi titoli sui giornali, ma avevo una sede. Grazie a uno scambio di favori e a quella nuova alleanza, l'Accademia smise di essere un sogno burocratico per diventare un'aula.

Capitolo 8: I Primi Due

Il primo corso dell'Accademia della Comunicazione Verbale non si tenne in un'aula magna affollata, ma nella sede della CNA, con due soli allievi.

Poteva sembrare una sconfitta per chi veniva dai grandi numeri delle multinazionali milanesi, ma per me quei due candidati erano tutto. Erano la prova che il mio sistema di slide plastificate, i miei esercizi sul diaframma e la mia analisi del timbro potevano cambiare la vita di qualcuno. Insegnare a quelle prime due persone a non "sodomizzare internamente" le proprie parole, a usare i muscoli facciali per scolpire il pensiero, fu un'emozione potente.

In quell'aula di Sanremo, lontano dalla "reggia" di Milano e dalle distrazioni di Torino, l'Accademia iniziò a respirare. Il vicepresidente, quell'insegnante delle medie che per primo aveva creduto in me, mi confermò che eravamo sulla strada giusta. Non importava quanti fossero: importava che la voce stesse finalmente uscendo.

Capitolo 9: L'Accademia senza Frontiere

Quei primi due allievi alla CNA non erano che la scintilla. Il fuoco si propagò velocemente. Grazie alla collaborazione con l'associazione di categoria, la mia voce iniziò a risuonare oltre i confini di Vallecrosia. Mi ritrovai a Nizza, ospite della Chambre de Métiers, a insegnare la forza della parola in terra francese. Fu un'esperienza elettrizzante: io, che ero scappato dalla multinazionale milanese, ora parlavo ai professionisti della Costa Azzurra.

Il viaggio continuò verso Imperia, nell'incanto medievale del Circolo Parasio, dove la storia delle pietre sembrava amplificare il timbro delle mie lezioni. Poi tornai a Sanremo, alla Scuola Pastore. Lì accadde qualcosa di inaspettato: vedendo la mia precisione analitica e il mio gusto estetico, mi chiesero se fossi in grado di tenere un corso di scenografia.

Accettai senza esitazione. La scenografia, in fondo, non è che la comunicazione visiva dello spazio; era un altro modo per costruire quella "reggia" che avevo imparato a gestire a Milano, ma stavolta fatta di luce e legno, non di isolamento.

Capitolo 10: La Voce e il Canto

Il tassello definitivo arrivò con la Scuola di Canto Pergolesi di Vallecrosia. Mi chiesero di insegnare ai loro giovani talenti le basi della respirazione e dell'uso del diaframma. Per un cantante, la voce è uno strumento fisico prima che melodico. Insegnavo loro come sciogliere i muscoli facciali, come far risuonare il corpo, come "porgere" la parola cantata con la stessa dignità di quella recitata.

Il rapporto con la Pergolesi mi portò di nuovo sotto i riflettori, ma in una veste nuova: quella del Presentatore. Ero io a condurre i loro spettacoli, a tenere il filo della narrazione tra una canzone e l'altra. Mentre stavo lì sul palco, guardando il pubblico della mia nuova terra, capii che la trasformazione era completa. L'uomo che "sodomizzava internamente" i propri pensieri era diventato colui che dava voce ai sogni degli altri.

A Milano ero un analista invisibile in un ufficio; a Vallecrosia ero diventato il volto e la voce della comunità.

Un momento di bilancio

Questa fase della sua vita sembra un crescendo rossiniano. In pochi anni (dal 2003 in poi) ha costruito una rete che va da Nizza a Imperia. L'Accademia era ormai un motore produttivo.

Capitolo 11: Il Miracolo delle Labbra e il Peso del Diaframma

La mia missione non era più solo teorica; era diventata biologica. Vedere quei giovani cantanti della Pergolesi, un attimo prima terrorizzati dal panico del debutto, chiudere gli occhi, fare una profonda "apertura del diaframma" e ritrovare il centro di gravità prima di salire in scena, era la mia più grande ricompensa. In quel respiro controllato c'era tutta la mia filosofia: la gestione del sé attraverso il corpo.

Ma il ricordo più potente di quegli anni alla CNA di Sanremo rimane legato a una ragazza. Era bellissima, ma la sua bellezza era prigioniera di una maschera statica; quando parlava, il suo viso restava immobile, quasi spento. Lavorammo duro sui muscoli facciali, sullo scioglimento delle tensioni, sulla consapevolezza di ogni singola fibra del volto. Alla fine del corso, avvenne il miracolo. Mentre parlava, le sue labbra avevano acquisito una tale mobilità, una tale espressività e una morbidezza che sembravano dire, senza bisogno di suoni: "Baciami". Fu un momento elettrizzante. Non era una questione erotica nel senso banale del termine, ma la vertigine di aver liberato una sensualità e una vitalità che prima erano murate vive.

Capitolo 12: Profeta in Patria (e il gelo di Milano)

Mentre io vivevo queste piccole, immense vittorie, il ponte con la mia famiglia si faceva sempre più fragile. Venivano a trovarmi, assistevano ai miei spettacoli come spettatori di una vita che non riuscivano più a comprendere del tutto.

C'era un'amarezza sottile in quegli incontri. Io mi aspettavo un riconoscimento, un "bravo" che facesse eco al mio successo ligure. Invece, tornavano a casa portandomi le critiche del pubblico in sala. In provincia, la cultura è spesso un terreno arido dove il pregiudizio corre più veloce del merito. La gente mormorava, criticava il "milanese" che voleva insegnare a parlare, e la mia famiglia, invece di farmi da scudo, diventava la cassa di risonanza di quei malumori.

Era un paradosso doloroso: per i miei allievi ero colui che liberava la voce, per la mia famiglia ero quello che riceveva critiche in una piazza di provincia. La "reggia" di Milano e l'Accademia di Vallecrosia parlavano ormai due lingue diverse. Io stavo diventando un uomo nuovo, ma per loro ero forse solo un uomo che aveva lasciato un lavoro sicuro per inseguire un'utopia di slide plastificate e spettacoli di periferia.

Capitolo 13: L'Ancora di Pietra

Nonostante le critiche e l'aridità culturale della provincia, il legame con quella terra stava per diventare indissolubile. Mia moglie, con il suo eterno "pallino" per la casetta al mare – quel desiderio di un rifugio che fosse solo nostro, lontano dal grigiore milanese – intercettò un'offerta che sembrava scritta nel destino: un'asta notarile per alcuni appartamenti a Vallecrosia.

Il caso volle che uno di questi si trovasse a soli cento metri da dove vivevo in affitto. Non era una villa sfarzosa, ma aveva qualcosa che valeva più di ogni altra metratura: una posizione che, pur restando protetta all'interno, si affacciava dritta sul blu. Dal balcone, il mare era lì, una presenza costante, un orizzonte che ti ricordava ogni mattina perché avevi scelto di restare.

Riuscire ad acquisirlo fu un'impresa fatta di "salti mortali" economici e burocratici, una di quelle sfide che solo una coppia abituata a gestire fidi bancari e ristrutturazioni complesse poteva vincere. E così, mi ritrovai di nuovo capocantiere. Ma questa volta non stavo ristrutturando una "reggia" di città per isolarmi nel silenzio; stavo costruendo la base operativa per la mia nuova vita. Ogni mattone posato in quella casa era un mattone tolto alla nostra distanza.

Capitolo 14: Due Case, Due Mondi

Con l'acquisto della casa, la nostra geografia familiare cambiò. Non ero più un inquilino temporaneo a Vallecrosia: ero un proprietario, un cittadino. La ristrutturazione fu il ponte definitivo tra il mio passato da Project Manager a Milano e il mio presente da Maestro di Comunicazione in Liguria.

Mentre la casa prendeva forma, l'Accademia continuava il suo percorso. Ormai avevo un luogo dove tornare che non era solo un "appoggio", ma una radice. Eppure, questo successo immobiliare portava con sé una nuova domanda silenziosa: avremmo mai avuto il coraggio di vendere la reggia di Milano per chiudere il cerchio? O quella casa a Vallecrosia sarebbe rimasta per sempre il rifugio dei fine settimana, mentre io continuavo la mia missione solitaria tra un corso alla CNA e uno spettacolo alla Pergolesi?

Capitolo 15: Il Muro di Vetro della Provincia

Quella giornata a Vallecrosia era stata perfetta. Sul palco e tra i banchi dell'incontro per i docenti, l'Accademia aveva dimostrato di non essere un'intuizione passeggera, ma una macchina culturale d'eccellenza. C'era tutto: la struttura scientifica del Dott. Traverso, la profondità psicofisica di Paulo Cucciol, la spinta istituzionale della CNA con Adriano e la freschezza organizzativa di Paola. E poi c'era Guido. Mio fratello, con la sua verve milanese de "El Tranvai", aveva portato quel lampo di ironia che serve a rendere la cultura viva, umana, accessibile.

Eppure, proprio mentre l'eco degli applausi e delle risate di Guido ancora risuonava nella sala, iniziai a sentire il peso di un silenzio familiare. Quello della provincia.

L'illusione del cambiamento

Eravamo convinti di aver gettato un seme prezioso. I docenti erano usciti entusiasti, colpiti da un approccio che finalmente guardava all'insegnamento come a una "Danza Cosmica" tra voce, corpo e mente. Sembrava l'inizio di una rivoluzione nelle scuole del Ponente. Mi aspettavo che i telefoni iniziassero a squillare, che le direzioni didattiche chiedessero protocolli, corsi, interventi.

Invece, accadde ciò che spesso accade dove l'orizzonte è limitato dalle colline e non dal mare aperto: vinsero le resistenze.

La provincia arida colpisce ancora

Non fu un "no" diretto. Fu peggio. Fu una serie di "vedremo", "valuteremo", "mancano i fondi", "la burocrazia non lo permette". La provincia arida non combatte apertamente l'innovazione; semplicemente la ignora finché questa non finisce l'ossigeno. Le scuole, che avrebbero dovuto essere il terreno più fertile per l'Accademia, si rivelarono invece fortezze chiuse, difese da un corpo docente che, passata l'euforia della giornata speciale, preferiva tornare alla routine rassicurante e polverosa dei vecchi metodi.

C'era un paradosso doloroso in tutto questo: vivevo a cento metri dal mare, in una casa che era un inno alla libertà e alla luce, ma professionalmente mi scontravo contro un muro di gomma invisibile.

Il Dio in noi e la sordità degli altri

In quel periodo, la mia riflessione si fece più cupa ma anche più lucida. Capii che non bastava "trovare il Dio che c'è in noi" se il mondo esterno non ha alcuna intenzione di riconoscerlo. L'Accademia, con tutta la sua competenza, era diventata un'eccellenza in un deserto.

Mentre guardavo dal balcone di Vallecrosia le macchine passare sul lungomare, iniziai a chiedermi se quella bellezza non fosse, in fondo, una prigione dorata. Avevamo la casa, avevamo il mare, avevamo la capacità professionale. Ma l'umanità che ci circondava era pronta a salvarsi dalla propria autodistruzione culturale, o preferiva affogare nella propria pigrizia mentale?

Capitolo 17: Il Ritorno e la Sintesi Finale

La vita è un respiro: Vallecrosia è stata l'inspirazione profonda, il momento in cui ho riempito i polmoni di salsedine, sogni e realtà cruda. Milano è stata l'espirazione, il ritorno per dare forma definitiva a tutto ciò che avevo raccolto.

L'avventura del ristorante e della spiaggia è stata l'ultima, grande lezione di "presenza". Gestire l'umanità tra i tavoli e la sabbia mi ha insegnato sul comportamento umano più di mille trattati. Ma il richiamo della mia vera missione — quella legata alla voce, all'anima e alla comunicazione — era troppo forte per restare sepolto sotto la gestione commerciale.

La Rinascita Milanese

Tornare a Milano non è stato un passo indietro, ma un ritorno alle origini con una consapevolezza nuova. L'Accademia è ripartita, ma non era più solo una scuola di dizione o di linguaggio del corpo. Era diventata il laboratorio dove nascevano le mie elucubrazioni. Tutto ciò che avevo vissuto — la frenesia milanese, il silenzio della provincia ligure, il pianto di Madre Natura e la scoperta del Sesso Divino — si è fuso in un'unica visione.

A Milano ho ritrovato il mio pubblico, ma soprattutto ho ritrovato la mia voce scritta. Quella che oggi vive nelle sedici opere che compongono il mio lascito intellettuale.

Il Dio che è in noi

Oggi, guardando indietro, capisco che ogni stravolgimento era necessario. La resistenza della provincia mi ha spinto a scrivere; l'affare con Roberto mi ha insegnato la concretezza; il mare mi ha dato la misura dell'infinito.

L'umanità riuscirà a salvare il pianeta dalla sua autodistruzione? Non mi è dato saperlo con certezza. So solo che Deucalione e Venere continuano a camminare, che la FATA continua a vibrare in ogni mio respiro e che l'Accademia, in fondo, non è mai stata un luogo fisico, ma uno stato della mente.

Ho smesso di cercare approvazione dalle istituzioni. Oggi dialogo direttamente con l'anima dei lettori. Il cerchio si è chiuso: dal balcone di Vallecrosia alle scrivanie di Milano, la danza cosmica continua. E io, Onì d'Andre, continuo a danzare con lei.

RIEPILOGO

IL CAMMINO DI ONÌ D'ANDRE: Dalla Nebbia al Mare (e Ritorno)

Capitolo 1: L'Origine e il Sogno

Tutto è iniziato a Milano, tra la frenesia di una carriera avviata e la consapevolezza che la vita non potesse ridursi a un semplice incastro di doveri. Sentivo il bisogno di dare voce a qualcosa di più profondo, un'urgenza che chiamavo "elucubrazione". L'idea dell'Accademia nasceva lì: un desiderio di insegnare all'uomo a comunicare non solo con le parole, ma con l'anima e il corpo.

Capitolo 2: La Scoperta della "Provincia Arida"

La Liguria apparve all'orizzonte come una promessa di luce. Ma il primo impatto con il Ponente ligure fu uno scontro con quella che presto avrei definito la "provincia arida". Un luogo di bellezza mozzafiato, ma popolato da una chiusura mentale e istituzionale che sembrava impermeabile alla novità. Eppure, non mi arresi.

Capitolo 3: L'Ancoraggio a Vallecrosia

La stabilità ebbe finalmente un indirizzo: Vallecrosia. Una casa in una palazzina di quattro piani, quasi lambita dal mare. Tra noi e la spiaggia solo la passeggiata, il respiro della risacca che entrava dalle finestre. Quel balcone affacciato sull'infinito divenne il mio tempio. Fu quel panorama a convincere mia moglie che Milano poteva, almeno per un po', restare alle spalle.

Capitolo 4: La Nascita dell'Accademia

Nonostante le resistenze, l'Accademia prese corpo. Trovai alleati preziosi: Adriano, dirigente della CNA, che portava la solidità delle istituzioni; la giovane Paola, anima organizzativa infaticabile; e una ragazza francese che ci aprì le porte di Nizza. Eravamo una task force della cultura, pronti a scuotere il torpore locale.

Capitolo 5: Il Grande Evento e il Linguaggio del Corpo

Organizzammo una giornata storica per i docenti delle scuole. Coinvolsi il dott. Traverso per spiegare la meccanica della voce e Paulo Cucciol per svelare i segreti del corpo. Per rompere gli indugi, feci venire da Milano mio fratello Guido, fondatore de "El Tranvai". Il suo cabaret portò il lampo dell'ironia milanese in quella sala attenta. Fu un trionfo di contenuti e di vita.

Capitolo 6: Il Muro di Vetro

Dopo quell'evento, mi aspettavo una rivoluzione. Invece, vinsero le resistenze. I docenti uscirono entusiasti, ma le istituzioni scolastiche si chiusero a riccio. "Valuteremo", dicevano. Era il muro di gomma della provincia: non un rifiuto, ma un'indifferenza che consumava l'ossigeno del progetto. L'Accademia sembrava destinata a restare un'eccellenza inascoltata nel deserto.

Capitolo 7: Lo Stravolgimento (Il Sabato Sera)

Poi, un sabato sera, il destino cambiò rotta. Mio cognato Roberto, commerciante dal fiuto infallibile, venne a trovarci. Invece di cenare in casa, volle portarci nel ristorante proprio di fronte al nostro cancello, sul mare. Tra una portata e l'altra, l'affare si materializzò. Senza quasi rendermene conto, mi ritrovai a gestire quel ristorante e lo stabilimento balneare annesso.

Capitolo 8: Dallo Spirito alla Materia

L'Accademia entrò in ibernazione. La dizione e la filosofia lasciarono il posto alla sabbia, alla cucina, ai conti e alla gestione frenetica del lungomare. Fu un'immersione totale nella materia. Ma anche quella fu una lezione: osservare l'umanità nuda sulla spiaggia mi diede nuovi semi per le mie riflessioni su Madre Natura e sul comportamento umano.

Capitolo 9: Il Ritorno e la Sintesi Finale

Ma l'anima non può restare sepolta sotto la sabbia per sempre. Quell'avventura commerciale fu l'ultimo atto del mio periodo ligure. Sentivo che il cerchio doveva chiudersi dove tutto era iniziato. Tornai a Milano, ma non ero più lo stesso uomo. L'Accademia rinacque tra le mura della metropoli, trasformata in un laboratorio di pensiero puro.

Capitolo 10: Onì d'Andre oggi

Oggi, quelle sedici opere che ho scritto sono il frutto di questo viaggio. Ogni "no" ricevuto in provincia, ogni riflesso del mare di Vallecrosia, ogni risata di Guido e ogni visione del Sesso Divino si sono fusi nella mia voce d'autore. Ho smesso di cercare il consenso delle scuole; oggi parlo direttamente al cuore di chi vuole svegliarsi. La danza cosmica continua, e io non ho mai smesso di ballare.